a causa di alcuni sconvolgenti e sensazionali articoli che stavo preparando lo stato, padrone e tiranno. mi ha staccato internet.
Amnesty, Emergency. Greenpeace il WWf ed altri movimenti umanitati si stanno al momento battendo contro la censura.
in alto le armi compagni! facciamos entire la nostra voce e in 4-5 giorni torneremo on line
(non ditelo a Beppe Grillo che se no pianta un casino)
ps: prima che ttti i comici comunisti si radunino con santoro vauro e travaglio in un mega show a favore del blog è bene dire che è tutto normale tra qualche giorno dvrebbero rimettermi la linea
a poi
giovedì 8 marzo 2012
lunedì 5 marzo 2012
Dannato turismo
la verità è che se mi mettete in una
stanza vuota sono in grado di perdermi. L'ho confermato una decina di
volte e questa è solo l'ennesima riprova. Visto è considerato che
passo ore davanti al portatile a scrivere, o a tentare di farlo, ogni
tanto decido di scendere a fare due passi nella vana speranza che
così sorgano idee o magari scendano chili. La pima funziona più o
meno bene.
La seconda non è verificabile.
Di solito la strada è sempre la
stessa: scendo da casa e mi avvio verso San Giovanni. Contemplo un
po' il paesaggio e poi ritorno indietro contento soddisfatto e con i
piedi doloranti verso casa. Ovviamente a fare questo tragitto ogni
santo giorno ci si annoia e così ho iniziato con piccole varianti:
prima una timida esplorazione delle traverse di Re di Roma ma presto
non è bastato più.
Forte di un abbonamento ho deciso di
addentrarmi nell'esplorazione di quella parte di città che mi
permetteva di raggiungere la metro. Sono sempre stato affascinato da
alcuni edifici particolari di Roma: piazza san Pietro e castel
Sant'angelo. E così mentre viaggiavo in metropolitana la scritta
“ottaviano” con il sottotitolo “musei vaticani” mi ha fatto
decidere. La sera prima avevo controllato il percorso su google maps.
La mattina dopo ero per strada deciso a raggiungere il castello e poi
la piazza.
Peccato che come dicevo il mio senso
dell'orientamento sia pietoso. Solo la fiumara di gente che si
dirigeva verso il centro della cristianità, e i copiosi cartelli, mi
ha permesso di raggiungere l'obiettivo. La piazza ha i suo fascino e
mi ha anche facilitato alcune considerazioni di ordine squisitamente
matafisico e pippaioleggiante. Ma adesso basta. Il vero obiettivo è
il castello.
Sicuramente ricorderete come avevo
cercato bene informazioni su goolge maps la sera prima ma chiaramente
non mi ricordavo un cazzo. Torno indietro e decido di prendere la
metro per scendere a “lepanto” la fermata successiva, che a
memoria era ad un tiro di schioppo dal castello.
Vi consiglio vivamente di usare maps
anche vuoi in questo momento per capire che cazzo di giro mi sono
fatto.
Esco dalla metro tutto baldanzoso e già
il primo dubbio: andare lungo Via Giulio Cesare verso il Tevere o
tagliare per via Marcantonio Colonna. Decido di seguire alcuni
turisti con la cartina in mano che procedono sicuri e spediti in via
Colonna. Ma all'altezza dell'incrocio con via Cola di Rienzo decido
che loro non capiscono un cazzo e svolto verso il Tevere. Ricordi
ancestrali di una serata sotto Castel Sant'angelo con Aurora ed
Alessandro (quest'ultimo romano de Roma) mi suggeriscono che il
castello dovrebbe essere visibile dal Tevere.
Se il fiume fosse dritto. Forse. Come
certamente immaginerete non ho trovato il castello. Ho attraversato
il primo ponte che che mi capitava a tiro e poi ho deciso:
sicuramente il castello è qui da qualche parte, o più su o più
giù. Per cui ho incassato le spalle contro il vento che iniziava a
salire e mi sono avviato seguendo il corso del fiume determinato ad
arrivare a freggene pur di trovare il castello.
All'altezza di ponte Cavur sono sorti
altri dubbio: erano le 4 di pomeriggio, iniziava a fare freddo e non
si vedeva il castello. Le priorià cambiano: devo tornare a casa
prima che mi scoppino le cosce. Mi avvio diritto per diritto in via
Tommacelli e solo quando arrivo a via Condotti (dal nome conosciuto
ma non chiaramente localizzata) e lì ammetto a me stesso di non
avere davvero idea di dove cazzo sono. Le fermate del bus (“segui
le fermate” era uno dei preziosi consigli di Manuele) non sono
d'aiuto portando tutte in posti sconosciuti. Capisco che da qualche
parte più avanti c'è piazza di Spagna ma ci potrebbero volere altre
ore e già una volta ho scoperto che quella piazza si sposta per
sfuggirmi.
Decido di fare l'unica cosa saggia da
fare: tornare indietro e pregare di ribeccare la metro di Lepanto.
Riattraverso il ponte di Cavour e tiro diritto cercando un punto di
riferimento. Ma sono stanco. Sto camminado dall'una, ho sete, ho fame
ed ho la panza di una donna in cinta al settimo mese. Resto
affascinato da un edificio, credo il tribiunale, e dalle panchine
della piazza antistante (piazza Cavour). Mi arrendo all'inevitabile.
Mi siedo e contemplo l'architettura del tribunale mentre valuto se i
miei 6 euro bastino a riportarmi a casa in taxi. Poi lo vedo.
In uno spaccato tra gli edifici
intravedo la familiare forma bombata del castello. Magari mi sto
impressionado ma decido di tentare. Affanculo almeno ci sono
arrivato! Arrivo lì festante e gioioso conteplano la struttura e
borbottando motti del tipo “chi l'ha dura la vince”. Poi un altra
rivelazione:
dal cortile del castello vedo in
lontanaza Piazza San Pietro, forse un chilometro scarso.
I turisti sentono distintamente il
suono delle mie palle che cadono sul selciato sbigottite.
Bestemmio, una, due, tre volte e mi
incammino vero la piazza. Arrivato lì non dedico nemmeno uno sguardo
all'architettura. Punto dritto alla metro di Ottaviano da cui sono
uscito ormai quattro ore fa. Per fortuna trovo subito il posto in
metropolitana. Mi siedo, chiudo gli occhi e attendo la mia fermata.
Neanche una vecchia invalida di guerra
e incinta mi faranno alzare.
Mai più mi ripeto.
Ma già penso ad andare a villa
borghese.
domenica 4 marzo 2012
ho visto cose
Un altra notte è calata. Non essendo
un patito della cucina hoi deciso che della motadella con pan carrè
andranno benissimo come cena. Aurora continua a dire che prima o poi
mi stuferò di questa roba e mi verrà lo sfizio di cucinare.
Io non credo, o almeno ci vorrà molto
tempo e molti chili mancanti prima che abbandoni la mia dieta ad
affetti e petti di pollo. Però la cena spartana di oggi ha motivi
molto più bassi della mia pigrizia ai fornelli.
Tutto si può riassumere ad un ora fa
quando sono rientrato a casa da una camminata esplorativo rilassante.
Il siculo dalla sua stanza discute animatamente in inglese. La voce
elettronica che gli risponde mi fa pensare a skype. Deve essere un
nuovo incarico per il nostro 007. non ci faccio molto caso anche se
il dubbio mi assale: che fine ha fatto la francese? Non la vedo da
giorni.
È una spia anche lei? Oppure lui l'ha
uccisa e spedita a parigi in una valigia? Magari me la sono solo
immaginata e considerando la natura del nostro incontro è possibile.
Questioni più pratiche richiedono la
mia attenzione ma dalla stanza di Pigiama giunge un suono estraneo
per questa casa: un canto. Non il canto melodico della sirenetta e
tantomeno rap sicopato.
Se avete visto gli Aristogatti forse e
dico forse potreste aver idea di cosa intendo: gorgheggi, prove di
canto, una strofa e poi silenzio.
Scappo in bagno prima di ridere come un
ossesso. Opto per un tost così da dover restare in cucina il meno
possibile. Quando dopo quasi un ora esco per rifornirmi d'acqua dalla
porta di pigiana arriva una voce squillante che declama battute di
quella che potrebbe essere un opera teatrale per ragazzi.
O un principio di schizzofrenia
“stai molto attento” mi ripeto in
testa mentre mi aggiro per la cucina cercando di fare meno rumore
possibile. Non saprei gestire questa situazione seriamente. Per
l'amor di Dio, non ho nulla contro gli attori ma è tutta la scena
che mi fa ridere.
Più tardi Francesca, che evidentemente
ama farsi gli altrui fatti, esce in cucina insieme a Pigiama. Molte
cose diventano chiare e in seguito esco anche io per lavare il
piatto. Pigiama è una studentessa. Su questo non mi hanno mentito.
Ma una studentessa di teatro che sta preparando uno spettacolo per
“non ho capito chi” al “non ho capito dove”.
Nel frattempo Francesca continua a
svuotare la sua stanza. A giudicare dalle buste dell'immondizia che
si accumulano ha collezionato una quantità di chincaglieria davvero
notevole. E pensare che doveva già essere andata via. A giudicare
dagli sguardi a volte simpatici a volte indagatori che mi riserva
potrebe essere qualunque cosa: schizzofrenia, punizione er aver
infrant inconsapevolmente una delle regole misteriose di qui o anche
solo aver letto questo blog per caso.
Quando mi vado a lavare i denti nella
cucina buia la grossa massa bianca di un materasso poggiato al muro
mi coglie di sorpresa. Evidentemente Francesca vuole davvero svuotare
la stanza.
Faccio spallucce e vado oltre.
Nella notte mentre leggo sento dei
tonfi che si propagano dl pavimento. Una cadenza ritmica. Il suono è
come quello dell'inuilina al piano di sopra che cammina scalza
battendo i talloni sul pavimento come una marcia.
Esco dalla stanza. Il buio è infranto
solo dalla luce che esce dalla porta mezza aperta di Pigiama. I tonfi
vengono da lì. Una voce che borbotta qualcosa: numeri credo.
So che non dovrei farlo, ma sotto utto
questo cinismo sono un bambinone curioso. Allargo il giro verso il
bagno quel tanto che basta per sbirciare dalla porta senza essere
visto.
L'immagine successiva me la porterò
dietro per tutta la vita.
Vedo pigiama che volteggia avvolta in
una tutina attillata nera stile Eva Kant i capelli legati a tutto e
faccia solenne e concentrata. Il piede nudo manca di pochi millimetri
lo spigolo del comodino consendendole un atterraggio, una piroetta e
un altro balzo che la porta fuori vista.
“e uno e due e tre e quattro”
sabato 3 marzo 2012
Funiculì Funiculà
La funicolare di Napoli, la prima, è
come un filo interdentale che scende dalla collina del Vomero
attraversando i quartieri popolari fino a Piazza del Plebiscito. È
un posto strano, prima o poi tutti i bambini vengono presi dalla muta
apprensione mentre si avvicina l'altro vagone dal basso, chiudono gli
occhi aspettando l'impatto che non arriverà mai.
In questa folla anonima ed altalenante
che sale e scende tra le due principali zone dello shopping il
ragazzo risaltava per la sua popolare eleganza: indossava giacca e
pantaloni classici, al posto della camicia una maglia nera come i
peli di barba spruzzati sul suo mento. Aveva i capelli rasati, occhi
scuri sotto due folte sopracciglia emanavano determinazione e
amarezza in parti uguali. È inutile soffermarci sull sue disgrazie,
perchè in fondo non interessano a nessuno. Basti sapere che non
erano nulla di speciale. Storie come la sua si sentivano ogni giorno
ai telegiornali. E, diciamocelo, avevano anche stufato un po'.
Tutte le sue qualità potevano
riassumersi nel violino che stringeva nella mano destra. Le dita
callose stringevano lo strumento come un contadino stringeva il
collo della gallina da cui si aspetta il brodo buono. La gente ogni
tanto lo guardava di sottecchi commentando qualcosa. Non ci badò. Da
tempo le sue orecchie avevano imparato ad ignorare i commenti.
Sicuramente era poco dignitoso. Ma la dignità non lo faceva
mangiare, l'elemosina di quella mandria si.
Le porte del vagone obliquo si aprirono e lui entrò insieme a tutta l'indifferenza della folla. Si piazzò a gambe larghe nel centro del vagone. Il violino gia posizionato nell'incavo della spalla. Gli occhi sulla mappa delle fermate sopra la porta che si stava chiudendo.
Otto minuti. Era la corsa diretta. Per
otto minuti avrebbe avuto tutto per se il pubblico più difficile che
possa capitare: fidanzati, massaie, uomini d'affari stanchi dopo una
giornata di lavoro.
Equilibrò il primo scossone del vagone
in partenza mentre l'archetto sfiorava per la prima volta lo
strumento. Chiuse gli occhi scendendo lentamente nel suo
personalissimo mondo fatto di note e movimenti rapidi e serrati. Il
rollio del vagone era fin troppo simile ad una nave tra le onde. La
sua musica iniziò a cavalcarle.
Non sentì i discorsi intorno a se
attenuarsi man mano. In quegli otto minuti c'erano solo lui ed il suo
orgoglio, la sua rabbia le sue note, quelle che aveva composto nel
tinello di casa sua. Il suo orgoglio era come una mollica di pane
buttata ai pesci, la sua musica si allargava come i cerchi sull'acqua
facendo voltare visi indifferenti fino ad un attimo fa.
La melodia salì esponenzialmente in un
susseguirsi sempre più furioso di note, immobile come una statua
continuò a suonare cieco e sordo a tutto quello che c'era intorno.
Il treno iniziò a rallentare, la
melodia calò repentinamente com'era salita raccontando una vita di
alti e bassi mai pareggiati. Mentre il treno si fermò lui aprì gli
occhi, il braccio col violino gli ricadde lungo il fianco. Portò una
mano davanti a se. Non stava chiedendo l'elemosina, il suo era lo
sguardo di un artista che vuol esser pagato dopo un concerto.
E così lo interpretarono in molti
separandosi dai loro prezziosi spiccioli mentre defluivano verso le
uscite.
Un uomo sulla cinquantina con cappello
ed impermeabile si avvicinò porgendogli un cartoncino rigido.
Sorrideva con denti ingialliti dal sigaro spento che teneva tra le
labbra, i capelli grigi simili a nubi di temporale.
“chiamami.” disse e andò via.
Le porte si chiusero, il vagone iniziò
la sua lenta discesa verso il centro storico. Dimenticò di suonare
ancora mentre fissava quel biglietto: il nome non gli diceva nulla ma
poco sotto, un rigo prima del numero di telefono poche parole gli
spiegarono tutto: “direttore artistico del Real teatro San carlo.
Forse era uno scherzo crudele, forse
era un matto. Avrebbe fatto meglio a buttare via quel biglietto.
E se fosse stata la verità?
Aveva Otto minuti per decidere
Relativamente Reattivo
E' la vita che aiuta a sognare o sono i
sogni che aiutano a vivere? Chiederebbe qualcuno pagato molto al di
sopra della sua intelligenza. Io resterei impantanato dal fascino
della domanda priva di ogni senso. Resterei lì immobile nella
bonaccia delle infinite possibilità di risposta.
I sogni aiutano a vivere? Si, credo di
si a meno che non lo fai ad occhi aperti mentre sei sulle strisce. In
quel caso tendono a dare dell complicazioni. A volte la gente insegue
un sogno ma, stranamente, più ci corre dietro più ingrassa. Mi
viene in mente il parco di fronte casa su cui si sovrappone lo
schermo del mio portatile.
C'è un fascino tutto speciele: il
mondo fuori e tu perso nel tentativo di dar forma ai mondi nel tuo
cervello. Ma la realtà a volte li batte sempre. Certe volte,
nell'irrequietezza del sonno, quasi ci precipiti dentro mentre il tuo
subconscio cerca di risolvere i dilemmi che non hai sbrigliato da
sveglio: come pensano? Come parlano? Cosa fanno?
Quando l'ennesimo sonno delirante
inizia sei come Alice nella tana del bianconiglio. Ma tu, persona
pratica e disillusa, rimpiangi l'assenza di un M16. Hai sempre avuto
paura del tuo subconscio e quando il teatrino notturno ricomincia
rimpiangi di non aver continuato a fissare qualla riga del libro dove
il tuo sguardo assonnato si incastra ogni volta.
Sogni demoni intenti in un rave party
in casa tua, hai paura, sei schifato. Non perchè sono tra le mura
della tua casa ancestrale intenti a bere, vomitare e sparare
oscenità. Hai paura perchè nessuno di loro ti ha avvertito della
festa.
Ti svegli sudato. Sono le due e mezza
di notte. Scuoti un po' la testa come rappresaglia ll'inconscio e
torni a dormire.
Questa volta stai picchiando a mani
nude un orda di ninja in perizoma con le facce uguali a quelle del
teatro giapponese. Il sangue schizza da tutte le parti, a litri, a
fiumi. Scie di sangue lunghe come la Salerno-Reggio Calabria. Gli
avversari non finiscono mai. Ne afferri uno per le caviglie ed inizi
ad usarlo come un bastone per sfracellare crani e ossa.
Sei un altra volta sveglio. In una
posizione che sfida la gravità a tirarti per terra. In quei primi
secondi di totale rincoglionimento quasi ti senti in colpa. Ti giri e
ti rigiri come la punta di un trapano mentre il tuo subconscio si
accende come una radio su una playlist di vecchie canzoni. Sarebbe
anche piacevole se non si bloccasse ogni tanto per chiederti come
continua la canzone. Sono le quattro e pochi minuti. Pochi come il
resto della spesa che hai fatto.
Quasi bestemmi ad alta voce. Domani
devi svegliarti presto, è una mattinanata importante.
Queste cose non succedono mai quando
puoi dormire fino alle sette di sera. Un angelo grato per non avergli
fatto esplodere le orecchie ti suggerisce la posizione giusta.
Funziona, senti la coscienza che lentamente cola via come nebbia
umida. Umide gocce di rugiada iniziano a condensarsi sul tuo
cervello. Lentamente cadono tra i neuroni come sudore dalla fronte di
uno sportivo. In pochi attimi è pioggia e tu sai che devi alzarti a
far pipì.
Sono le cinque e un quarto, la sveglia
è alle otto. Hai quasi tre ore davanti. Forse ce la fai.
Per la terza volta precipiti ma
stavolta non hai davvero idea di cosa succede immaggini sparse, non
sempre piacevoli, che si accalcano sicure di essere dimenticate al
risveglio.
Quando suona la sveglia capisci cosa
provò Lazzaro quando Gesù decise di usarlo come testimonial del
regno dei cieli. La tua ansia e il tuo senso della puntualità armati
di manganelli si adoperano per scacciare strati e strati di paranoia
lasciati dal sonno. Non capisci niente per dieci minuti buoni mentre
valuti se sia il caso di rimettersi a dormire e chi se è visto se è
visto.
L'intestino ti viene in soccorso
pretendendo attenzioni e risoluzioni riguardo al sovraffollamento.
Scatti in piedi, barcolli, ma a costo
di addormentarsi in metropolitana andrai dove devi andare. Anche se
poi non capirai nulla per tutta la mattina, anche le cose che suonano
positive.
No, questi sogni non aiutano a vivere.
venerdì 2 marzo 2012
pensavi davvero...
Certe volte mi piglia a male. Come
quando ti fai una canna e nel rincoglionimento generale non capisci
gli altri cosa stanno dicendo, ma sai che ce l'hanno con te. Ti piglia
a male come quando piove e perdi l'autobus e solo quando sei arrivato
a piedi a casa te lo vedi sfilare davanti.
Certe volte arriva come una fucilata,
improvvisa e violenta. Senza nulla da nascondere, come quella coppia
di innomorati che si abbraccia sotto il tuo palazzo mentre tu hai
quasi dimenticato a cosa servono certi pezzi di cuore. Oppure si
intrufola furtiva come il marito che torna a casa in cerca
dell'amante. Sale lentamente, un piccola marea di stizza e fastidio
che un attimo fa non c'era e che ora ha preso il possesso di tutto il
sistema nervoso.
Ti fa incazzare, come un rigore
sbagliato al novantesimo. Non si sa il perchè sia arrivata,
figuriamoci quando si toglierà dai coglioni.
È come quando ti portano in uno di
quei bar fighetti pieni di drink pretenziosi bevuti da studenti di
filosofia negli intervalli tra i loro discorsi pretenziosi. E tu, in
cerca di un onesta birra, sborsi otto sacchi mentre ti domandi perchè
non ti sei ucciso di seghe a casa invece di venire lì.
È come soppesare l'idea di tornarsene
a casa solo per ricordarsi che stai senza macchina e ricordi a stento
il nome del tizio che ti darà un passaggio a casa, solo per poi
lasciarti a due km da casa tua perchè entrare nei vicoli è
complicato.
Una vocina il fondo al cervello ti
prova a tirar su con le voci dei tuoi amici che ripetono le solite
frasi fatte per ogni disgrazia ma al momento non hai intenzione di
starla a sentire. Una parte masochista di te vuoi immergersi in
quella sensazione come l'ubriacone che potresti diventare, sguazza
nella birra e poi nel suo stesso piscio.
Sei una persona pacifica, ti ripeti, ma
mentre macini km nella notte preghi con tutto il cuore di incontrare
“quello che se lo merita” per sbatterlo con la testa in una
saracinesca finchè non ne esce il cervello tirandosi via anche il
tuo malumore. Non lo incontri mai. Forse è una grazia di un cielo
che sa sempre quanto tirar la corda senza romperla.
Torni a casa. Quello che ci vuole è
una doccia e una notte di sonno. Non fai in tempo a formulare quasto
pensiero che dalla porta arrivano voci sconosciute: ospiti.
Potrebbero anche essere persone simpatiche, magari interessanti. Ci
sono delle ragazze. Ma ora come ora non ti senti parte del genere
umano.
Ti chiudi in camera, picchi le dita
sulla tastiera. È l'unico modo che conosci, pigli pezzi di
frustrazione e li pesti sulle pagine. A fatica. Sei uno schiavo
condannato alle miniere che colpisce la roccia come se fosse la causa
di ogni suo male. Le pepite che trovi sono guardate con indifferenza.
È la roccia il nemico.
Sicuramente c'è gente che sta peggio
di me: ansie vere, paure concrete ed incombenti. Mal comune e grosso
guaio. Mentre chitarre elettriche di gruppi sconosciuti ti stridono
nelle orecchie pensi all'obiettivo: il modo più originale per fare
la fame.
Suona così vera adesso.
In fondo però: Elvis è morto in una
pozza del suo vomito, Kurt Cobain ed Hemingway si sono sparati in
bocca, Lovercraft era pazzo.
Tu credevi davvero di usirne indenne?
giovedì 1 marzo 2012
Un colpo al cerchio ed uno in fronte
sono mancato per tre giorni ma questa
casa è un mondo a se. Nulla è cambiato, tutto fila regolare. Sono
quasi convinto che se non mi avessere visto uscire di casa con una
valigia... no dai, non possono essere così stupidi.
La bisestilità del mese rende nervosi,
evidentemente Francesca lo è ancor di più. È incazzata come un
ufara pronta a staccare la testa a morsi a galline e pipistrelli
innocenti. Non che me la sia trovata davanti ma a sentirla urlare nel
telefono credo che sia meglio non incrociarla in giro.
In compenso si sono consumeti uan serie
di siparietti comici con il nostro siculo intermittente, di nuovo
apparso dopo una breve assenza. Ci siamo incontrati tre volte in
cucina e per tre volte mi ha chiesto informazioni su dove era riposta
la roba. A me! A quelloc he svuota i mobili in cerca di una padella.
La cosa più divertente è che le trovavo pure.
Francesca continua ad urlare nel
telefono. Da quel poco che ho capito domani se ne torna a Napoli per
restarci. Le hanno cambiato il lavoro, la pagano solo ottocento euro,
non vale più la pena. Dall'altro capo del telefono percepisco più
che sentire il povero Marco, credo il fidanzato, avvitarsi per
cercare di non rispondere alla perentoria domanda: “allora stiamo
insieme anche se io sto a Napoli?!”.
Noi uomini abbiamo uno strano, e spesso
antipatico, senso di solidarietà. Nel torto o nella ragione un
poveretto che subisce quel tono inquisitorio ci fa pena. Deve essere
un retaggio darwiniano, la paura di finire al posto dela vittima del
momento.
Pigiama è uscita fuori, inizia il
balletto di pentole e tegami come nella casa i Mago Merlino.
Francesca va avanti e indietro tra cucina e camera sua alternando
telefonate a riepiloghi della situazione a chiunque sia in cucina.
Che siano interessati o no. E siamo tutti abbastanza saggi da
interessarci.
Pigiama continua la sua guerra con i
fornelli. Tutti e quattro occupati, sembra il laboratorio di un
alchimista. Ogni tanto annuisce vigorosamente quando Francesca da
enfasi ad una parola. Mani esperte svuotano padella in contenitori di
plastica che successivamente finiscono nel frigo. È un ciclo
perfetto è come vedere la crescita di un albero accellerata.
Vorrei dire che è lì che ho capito ma
mentirei. Già tempo fa ho chiesto il perchè di tutto quel cucinare.
A pensarci adesso è così semplice: ogni giorno si anticipa i pasti
per il giorno dopo così che deve solo scaldarli nel micronde in
seguito.
Ed io che sto ancora alle frittatine e
al petto di pollo arrostito
dalla parete della mia stanza arrivano
toni concilianti. Il poveraccio deve essere riuscito a trovare il
testo giusto. Forse si dorme anche stanotte.
Epilogo
03:41 la vescica mi sveglia con fare
prepotente. Apro la porta mentre bestemmio nella lingua degli
assonnati. La luce della cucina mi trafigge gli occhi abituati alle
tenebre. Solo in un secondo momento mi accorgo della figura seduta
vicino al tavolo: Pigiama.
È curva su una ciotola di latte e
cereali introno a lei la tavola è imbandita con una piccola
tovaglia. Un piattino con 2 fette biscottate con la marmellata, due
cucchiaini e una tazzina di caffè. Si gira e mi saluta sbrodolando
qualche goccia di latte. Borbotto qualcosa, spero sia un saluto.
Mille domande mi saltano in testa.
La vescica mi strattone per un braccio
urlando: “guarda che qui o in bagno per me è uguale!”
davanti a certi ultimatum l'uomo saggio
sa cosa fare: segui il tuo cuore, o qualunque altro pezzo si senta di
dire la sua
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