giovedì 8 marzo 2012

CENSORED

a causa di alcuni sconvolgenti e sensazionali articoli che stavo preparando lo stato, padrone e tiranno. mi ha staccato internet.

Amnesty, Emergency. Greenpeace il WWf ed altri movimenti umanitati si stanno al momento battendo contro la censura.

in alto le armi compagni! facciamos entire la nostra voce e in 4-5 giorni torneremo on line

(non ditelo a Beppe Grillo che se no pianta un casino)

ps: prima che ttti i comici comunisti si radunino con santoro vauro e travaglio in un mega show a favore del blog è bene dire che è tutto normale tra qualche giorno dvrebbero rimettermi la linea

a poi

lunedì 5 marzo 2012

Dannato turismo

la verità è che se mi mettete in una stanza vuota sono in grado di perdermi. L'ho confermato una decina di volte e questa è solo l'ennesima riprova. Visto è considerato che passo ore davanti al portatile a scrivere, o a tentare di farlo, ogni tanto decido di scendere a fare due passi nella vana speranza che così sorgano idee o magari scendano chili. La pima funziona più o meno bene.

La seconda non è verificabile.



Di solito la strada è sempre la stessa: scendo da casa e mi avvio verso San Giovanni. Contemplo un po' il paesaggio e poi ritorno indietro contento soddisfatto e con i piedi doloranti verso casa. Ovviamente a fare questo tragitto ogni santo giorno ci si annoia e così ho iniziato con piccole varianti: prima una timida esplorazione delle traverse di Re di Roma ma presto non è bastato più.



Forte di un abbonamento ho deciso di addentrarmi nell'esplorazione di quella parte di città che mi permetteva di raggiungere la metro. Sono sempre stato affascinato da alcuni edifici particolari di Roma: piazza san Pietro e castel Sant'angelo. E così mentre viaggiavo in metropolitana la scritta “ottaviano” con il sottotitolo “musei vaticani” mi ha fatto decidere. La sera prima avevo controllato il percorso su google maps. La mattina dopo ero per strada deciso a raggiungere il castello e poi la piazza.



Peccato che come dicevo il mio senso dell'orientamento sia pietoso. Solo la fiumara di gente che si dirigeva verso il centro della cristianità, e i copiosi cartelli, mi ha permesso di raggiungere l'obiettivo. La piazza ha i suo fascino e mi ha anche facilitato alcune considerazioni di ordine squisitamente matafisico e pippaioleggiante. Ma adesso basta. Il vero obiettivo è il castello.



Sicuramente ricorderete come avevo cercato bene informazioni su goolge maps la sera prima ma chiaramente non mi ricordavo un cazzo. Torno indietro e decido di prendere la metro per scendere a “lepanto” la fermata successiva, che a memoria era ad un tiro di schioppo dal castello.



Vi consiglio vivamente di usare maps anche vuoi in questo momento per capire che cazzo di giro mi sono fatto.



Esco dalla metro tutto baldanzoso e già il primo dubbio: andare lungo Via Giulio Cesare verso il Tevere o tagliare per via Marcantonio Colonna. Decido di seguire alcuni turisti con la cartina in mano che procedono sicuri e spediti in via Colonna. Ma all'altezza dell'incrocio con via Cola di Rienzo decido che loro non capiscono un cazzo e svolto verso il Tevere. Ricordi ancestrali di una serata sotto Castel Sant'angelo con Aurora ed Alessandro (quest'ultimo romano de Roma) mi suggeriscono che il castello dovrebbe essere visibile dal Tevere.



Se il fiume fosse dritto. Forse. Come certamente immaginerete non ho trovato il castello. Ho attraversato il primo ponte che che mi capitava a tiro e poi ho deciso: sicuramente il castello è qui da qualche parte, o più su o più giù. Per cui ho incassato le spalle contro il vento che iniziava a salire e mi sono avviato seguendo il corso del fiume determinato ad arrivare a freggene pur di trovare il castello.



All'altezza di ponte Cavur sono sorti altri dubbio: erano le 4 di pomeriggio, iniziava a fare freddo e non si vedeva il castello. Le priorià cambiano: devo tornare a casa prima che mi scoppino le cosce. Mi avvio diritto per diritto in via Tommacelli e solo quando arrivo a via Condotti (dal nome conosciuto ma non chiaramente localizzata) e lì ammetto a me stesso di non avere davvero idea di dove cazzo sono. Le fermate del bus (“segui le fermate” era uno dei preziosi consigli di Manuele) non sono d'aiuto portando tutte in posti sconosciuti. Capisco che da qualche parte più avanti c'è piazza di Spagna ma ci potrebbero volere altre ore e già una volta ho scoperto che quella piazza si sposta per sfuggirmi.



Decido di fare l'unica cosa saggia da fare: tornare indietro e pregare di ribeccare la metro di Lepanto. Riattraverso il ponte di Cavour e tiro diritto cercando un punto di riferimento. Ma sono stanco. Sto camminado dall'una, ho sete, ho fame ed ho la panza di una donna in cinta al settimo mese. Resto affascinato da un edificio, credo il tribiunale, e dalle panchine della piazza antistante (piazza Cavour). Mi arrendo all'inevitabile. Mi siedo e contemplo l'architettura del tribunale mentre valuto se i miei 6 euro bastino a riportarmi a casa in taxi. Poi lo vedo.



In uno spaccato tra gli edifici intravedo la familiare forma bombata del castello. Magari mi sto impressionado ma decido di tentare. Affanculo almeno ci sono arrivato! Arrivo lì festante e gioioso conteplano la struttura e borbottando motti del tipo “chi l'ha dura la vince”. Poi un altra rivelazione:

dal cortile del castello vedo in lontanaza Piazza San Pietro, forse un chilometro scarso.

I turisti sentono distintamente il suono delle mie palle che cadono sul selciato sbigottite.



Bestemmio, una, due, tre volte e mi incammino vero la piazza. Arrivato lì non dedico nemmeno uno sguardo all'architettura. Punto dritto alla metro di Ottaviano da cui sono uscito ormai quattro ore fa. Per fortuna trovo subito il posto in metropolitana. Mi siedo, chiudo gli occhi e attendo la mia fermata.



Neanche una vecchia invalida di guerra e incinta mi faranno alzare.

Mai più mi ripeto.

Ma già penso ad andare a villa borghese.

domenica 4 marzo 2012

ho visto cose


Un altra notte è calata. Non essendo un patito della cucina hoi deciso che della motadella con pan carrè andranno benissimo come cena. Aurora continua a dire che prima o poi mi stuferò di questa roba e mi verrà lo sfizio di cucinare.

Io non credo, o almeno ci vorrà molto tempo e molti chili mancanti prima che abbandoni la mia dieta ad affetti e petti di pollo. Però la cena spartana di oggi ha motivi molto più bassi della mia pigrizia ai fornelli.

Tutto si può riassumere ad un ora fa quando sono rientrato a casa da una camminata esplorativo rilassante. Il siculo dalla sua stanza discute animatamente in inglese. La voce elettronica che gli risponde mi fa pensare a skype. Deve essere un nuovo incarico per il nostro 007. non ci faccio molto caso anche se il dubbio mi assale: che fine ha fatto la francese? Non la vedo da giorni.

È una spia anche lei? Oppure lui l'ha uccisa e spedita a parigi in una valigia? Magari me la sono solo immaginata e considerando la natura del nostro incontro è possibile.

Questioni più pratiche richiedono la mia attenzione ma dalla stanza di Pigiama giunge un suono estraneo per questa casa: un canto. Non il canto melodico della sirenetta e tantomeno rap sicopato.

Se avete visto gli Aristogatti forse e dico forse potreste aver idea di cosa intendo: gorgheggi, prove di canto, una strofa e poi silenzio.



Scappo in bagno prima di ridere come un ossesso. Opto per un tost così da dover restare in cucina il meno possibile. Quando dopo quasi un ora esco per rifornirmi d'acqua dalla porta di pigiana arriva una voce squillante che declama battute di quella che potrebbe essere un opera teatrale per ragazzi.

O un principio di schizzofrenia



“stai molto attento” mi ripeto in testa mentre mi aggiro per la cucina cercando di fare meno rumore possibile. Non saprei gestire questa situazione seriamente. Per l'amor di Dio, non ho nulla contro gli attori ma è tutta la scena che mi fa ridere.



Più tardi Francesca, che evidentemente ama farsi gli altrui fatti, esce in cucina insieme a Pigiama. Molte cose diventano chiare e in seguito esco anche io per lavare il piatto. Pigiama è una studentessa. Su questo non mi hanno mentito. Ma una studentessa di teatro che sta preparando uno spettacolo per “non ho capito chi” al “non ho capito dove”.



Nel frattempo Francesca continua a svuotare la sua stanza. A giudicare dalle buste dell'immondizia che si accumulano ha collezionato una quantità di chincaglieria davvero notevole. E pensare che doveva già essere andata via. A giudicare dagli sguardi a volte simpatici a volte indagatori che mi riserva potrebe essere qualunque cosa: schizzofrenia, punizione er aver infrant inconsapevolmente una delle regole misteriose di qui o anche solo aver letto questo blog per caso.



Quando mi vado a lavare i denti nella cucina buia la grossa massa bianca di un materasso poggiato al muro mi coglie di sorpresa. Evidentemente Francesca vuole davvero svuotare la stanza.



Faccio spallucce e vado oltre.



Nella notte mentre leggo sento dei tonfi che si propagano dl pavimento. Una cadenza ritmica. Il suono è come quello dell'inuilina al piano di sopra che cammina scalza battendo i talloni sul pavimento come una marcia.



Esco dalla stanza. Il buio è infranto solo dalla luce che esce dalla porta mezza aperta di Pigiama. I tonfi vengono da lì. Una voce che borbotta qualcosa: numeri credo.

So che non dovrei farlo, ma sotto utto questo cinismo sono un bambinone curioso. Allargo il giro verso il bagno quel tanto che basta per sbirciare dalla porta senza essere visto.

L'immagine successiva me la porterò dietro per tutta la vita.



Vedo pigiama che volteggia avvolta in una tutina attillata nera stile Eva Kant i capelli legati a tutto e faccia solenne e concentrata. Il piede nudo manca di pochi millimetri lo spigolo del comodino consendendole un atterraggio, una piroetta e un altro balzo che la porta fuori vista.



“e uno e due e tre e quattro”


sabato 3 marzo 2012

Funiculì Funiculà


La funicolare di Napoli, la prima, è come un filo interdentale che scende dalla collina del Vomero attraversando i quartieri popolari fino a Piazza del Plebiscito. È un posto strano, prima o poi tutti i bambini vengono presi dalla muta apprensione mentre si avvicina l'altro vagone dal basso, chiudono gli occhi aspettando l'impatto che non arriverà mai.


In questa folla anonima ed altalenante che sale e scende tra le due principali zone dello shopping il ragazzo risaltava per la sua popolare eleganza: indossava giacca e pantaloni classici, al posto della camicia una maglia nera come i peli di barba spruzzati sul suo mento. Aveva i capelli rasati, occhi scuri sotto due folte sopracciglia emanavano determinazione e amarezza in parti uguali. È inutile soffermarci sull sue disgrazie, perchè in fondo non interessano a nessuno. Basti sapere che non erano nulla di speciale. Storie come la sua si sentivano ogni giorno ai telegiornali. E, diciamocelo, avevano anche stufato un po'.

Tutte le sue qualità potevano riassumersi nel violino che stringeva nella mano destra. Le dita callose stringevano lo strumento come un contadino stringeva il collo della gallina da cui si aspetta il brodo buono. La gente ogni tanto lo guardava di sottecchi commentando qualcosa. Non ci badò. Da tempo le sue orecchie avevano imparato ad ignorare i commenti. Sicuramente era poco dignitoso. Ma la dignità non lo faceva mangiare, l'elemosina di quella mandria si.


Le porte del vagone obliquo si aprirono e lui entrò insieme a tutta l'indifferenza della folla. Si piazzò a gambe larghe nel centro del vagone. Il violino gia posizionato nell'incavo della spalla. Gli occhi sulla mappa delle fermate sopra la porta che si stava chiudendo.


Otto minuti. Era la corsa diretta. Per otto minuti avrebbe avuto tutto per se il pubblico più difficile che possa capitare: fidanzati, massaie, uomini d'affari stanchi dopo una giornata di lavoro.


Equilibrò il primo scossone del vagone in partenza mentre l'archetto sfiorava per la prima volta lo strumento. Chiuse gli occhi scendendo lentamente nel suo personalissimo mondo fatto di note e movimenti rapidi e serrati. Il rollio del vagone era fin troppo simile ad una nave tra le onde. La sua musica iniziò a cavalcarle.

Non sentì i discorsi intorno a se attenuarsi man mano. In quegli otto minuti c'erano solo lui ed il suo orgoglio, la sua rabbia le sue note, quelle che aveva composto nel tinello di casa sua. Il suo orgoglio era come una mollica di pane buttata ai pesci, la sua musica si allargava come i cerchi sull'acqua facendo voltare visi indifferenti fino ad un attimo fa.


La melodia salì esponenzialmente in un susseguirsi sempre più furioso di note, immobile come una statua continuò a suonare cieco e sordo a tutto quello che c'era intorno.


Il treno iniziò a rallentare, la melodia calò repentinamente com'era salita raccontando una vita di alti e bassi mai pareggiati. Mentre il treno si fermò lui aprì gli occhi, il braccio col violino gli ricadde lungo il fianco. Portò una mano davanti a se. Non stava chiedendo l'elemosina, il suo era lo sguardo di un artista che vuol esser pagato dopo un concerto.

E così lo interpretarono in molti separandosi dai loro prezziosi spiccioli mentre defluivano verso le uscite.

Un uomo sulla cinquantina con cappello ed impermeabile si avvicinò porgendogli un cartoncino rigido. Sorrideva con denti ingialliti dal sigaro spento che teneva tra le labbra, i capelli grigi simili a nubi di temporale.


“chiamami.” disse e andò via.


Le porte si chiusero, il vagone iniziò la sua lenta discesa verso il centro storico. Dimenticò di suonare ancora mentre fissava quel biglietto: il nome non gli diceva nulla ma poco sotto, un rigo prima del numero di telefono poche parole gli spiegarono tutto: “direttore artistico del Real teatro San carlo.

Forse era uno scherzo crudele, forse era un matto. Avrebbe fatto meglio a buttare via quel biglietto.

E se fosse stata la verità?

Aveva Otto minuti per decidere




Relativamente Reattivo


E' la vita che aiuta a sognare o sono i sogni che aiutano a vivere? Chiederebbe qualcuno pagato molto al di sopra della sua intelligenza. Io resterei impantanato dal fascino della domanda priva di ogni senso. Resterei lì immobile nella bonaccia delle infinite possibilità di risposta.

I sogni aiutano a vivere? Si, credo di si a meno che non lo fai ad occhi aperti mentre sei sulle strisce. In quel caso tendono a dare dell complicazioni. A volte la gente insegue un sogno ma, stranamente, più ci corre dietro più ingrassa. Mi viene in mente il parco di fronte casa su cui si sovrappone lo schermo del mio portatile.

C'è un fascino tutto speciele: il mondo fuori e tu perso nel tentativo di dar forma ai mondi nel tuo cervello. Ma la realtà a volte li batte sempre. Certe volte, nell'irrequietezza del sonno, quasi ci precipiti dentro mentre il tuo subconscio cerca di risolvere i dilemmi che non hai sbrigliato da sveglio: come pensano? Come parlano? Cosa fanno?

Quando l'ennesimo sonno delirante inizia sei come Alice nella tana del bianconiglio. Ma tu, persona pratica e disillusa, rimpiangi l'assenza di un M16. Hai sempre avuto paura del tuo subconscio e quando il teatrino notturno ricomincia rimpiangi di non aver continuato a fissare qualla riga del libro dove il tuo sguardo assonnato si incastra ogni volta.

Sogni demoni intenti in un rave party in casa tua, hai paura, sei schifato. Non perchè sono tra le mura della tua casa ancestrale intenti a bere, vomitare e sparare oscenità. Hai paura perchè nessuno di loro ti ha avvertito della festa.


Ti svegli sudato. Sono le due e mezza di notte. Scuoti un po' la testa come rappresaglia ll'inconscio e torni a dormire.


Questa volta stai picchiando a mani nude un orda di ninja in perizoma con le facce uguali a quelle del teatro giapponese. Il sangue schizza da tutte le parti, a litri, a fiumi. Scie di sangue lunghe come la Salerno-Reggio Calabria. Gli avversari non finiscono mai. Ne afferri uno per le caviglie ed inizi ad usarlo come un bastone per sfracellare crani e ossa.



Sei un altra volta sveglio. In una posizione che sfida la gravità a tirarti per terra. In quei primi secondi di totale rincoglionimento quasi ti senti in colpa. Ti giri e ti rigiri come la punta di un trapano mentre il tuo subconscio si accende come una radio su una playlist di vecchie canzoni. Sarebbe anche piacevole se non si bloccasse ogni tanto per chiederti come continua la canzone. Sono le quattro e pochi minuti. Pochi come il resto della spesa che hai fatto.

Quasi bestemmi ad alta voce. Domani devi svegliarti presto, è una mattinanata importante.

Queste cose non succedono mai quando puoi dormire fino alle sette di sera. Un angelo grato per non avergli fatto esplodere le orecchie ti suggerisce la posizione giusta. Funziona, senti la coscienza che lentamente cola via come nebbia umida. Umide gocce di rugiada iniziano a condensarsi sul tuo cervello. Lentamente cadono tra i neuroni come sudore dalla fronte di uno sportivo. In pochi attimi è pioggia e tu sai che devi alzarti a far pipì.

Sono le cinque e un quarto, la sveglia è alle otto. Hai quasi tre ore davanti. Forse ce la fai.

Per la terza volta precipiti ma stavolta non hai davvero idea di cosa succede immaggini sparse, non sempre piacevoli, che si accalcano sicure di essere dimenticate al risveglio.

Quando suona la sveglia capisci cosa provò Lazzaro quando Gesù decise di usarlo come testimonial del regno dei cieli. La tua ansia e il tuo senso della puntualità armati di manganelli si adoperano per scacciare strati e strati di paranoia lasciati dal sonno. Non capisci niente per dieci minuti buoni mentre valuti se sia il caso di rimettersi a dormire e chi se è visto se è visto.

L'intestino ti viene in soccorso pretendendo attenzioni e risoluzioni riguardo al sovraffollamento.


Scatti in piedi, barcolli, ma a costo di addormentarsi in metropolitana andrai dove devi andare. Anche se poi non capirai nulla per tutta la mattina, anche le cose che suonano positive.

No, questi sogni non aiutano a vivere.

venerdì 2 marzo 2012

pensavi davvero...

Certe volte mi piglia a male. Come quando ti fai una canna e nel rincoglionimento generale non capisci gli altri cosa stanno dicendo, ma sai che ce l'hanno con te. Ti piglia a male come quando piove e perdi l'autobus e solo quando sei arrivato a piedi a casa te lo vedi sfilare davanti.

Certe volte arriva come una fucilata, improvvisa e violenta. Senza nulla da nascondere, come quella coppia di innomorati che si abbraccia sotto il tuo palazzo mentre tu hai quasi dimenticato a cosa servono certi pezzi di cuore. Oppure si intrufola furtiva come il marito che torna a casa in cerca dell'amante. Sale lentamente, un piccola marea di stizza e fastidio che un attimo fa non c'era e che ora ha preso il possesso di tutto il sistema nervoso.



Ti fa incazzare, come un rigore sbagliato al novantesimo. Non si sa il perchè sia arrivata, figuriamoci quando si toglierà dai coglioni.



È come quando ti portano in uno di quei bar fighetti pieni di drink pretenziosi bevuti da studenti di filosofia negli intervalli tra i loro discorsi pretenziosi. E tu, in cerca di un onesta birra, sborsi otto sacchi mentre ti domandi perchè non ti sei ucciso di seghe a casa invece di venire lì.

È come soppesare l'idea di tornarsene a casa solo per ricordarsi che stai senza macchina e ricordi a stento il nome del tizio che ti darà un passaggio a casa, solo per poi lasciarti a due km da casa tua perchè entrare nei vicoli è complicato.



Una vocina il fondo al cervello ti prova a tirar su con le voci dei tuoi amici che ripetono le solite frasi fatte per ogni disgrazia ma al momento non hai intenzione di starla a sentire. Una parte masochista di te vuoi immergersi in quella sensazione come l'ubriacone che potresti diventare, sguazza nella birra e poi nel suo stesso piscio.



Sei una persona pacifica, ti ripeti, ma mentre macini km nella notte preghi con tutto il cuore di incontrare “quello che se lo merita” per sbatterlo con la testa in una saracinesca finchè non ne esce il cervello tirandosi via anche il tuo malumore. Non lo incontri mai. Forse è una grazia di un cielo che sa sempre quanto tirar la corda senza romperla.



Torni a casa. Quello che ci vuole è una doccia e una notte di sonno. Non fai in tempo a formulare quasto pensiero che dalla porta arrivano voci sconosciute: ospiti. Potrebbero anche essere persone simpatiche, magari interessanti. Ci sono delle ragazze. Ma ora come ora non ti senti parte del genere umano.

Ti chiudi in camera, picchi le dita sulla tastiera. È l'unico modo che conosci, pigli pezzi di frustrazione e li pesti sulle pagine. A fatica. Sei uno schiavo condannato alle miniere che colpisce la roccia come se fosse la causa di ogni suo male. Le pepite che trovi sono guardate con indifferenza. È la roccia il nemico.



Sicuramente c'è gente che sta peggio di me: ansie vere, paure concrete ed incombenti. Mal comune e grosso guaio. Mentre chitarre elettriche di gruppi sconosciuti ti stridono nelle orecchie pensi all'obiettivo: il modo più originale per fare la fame.

Suona così vera adesso.



In fondo però: Elvis è morto in una pozza del suo vomito, Kurt Cobain ed Hemingway si sono sparati in bocca, Lovercraft era pazzo.



Tu credevi davvero di usirne indenne?




giovedì 1 marzo 2012

Un colpo al cerchio ed uno in fronte


sono mancato per tre giorni ma questa casa è un mondo a se. Nulla è cambiato, tutto fila regolare. Sono quasi convinto che se non mi avessere visto uscire di casa con una valigia... no dai, non possono essere così stupidi.



La bisestilità del mese rende nervosi, evidentemente Francesca lo è ancor di più. È incazzata come un ufara pronta a staccare la testa a morsi a galline e pipistrelli innocenti. Non che me la sia trovata davanti ma a sentirla urlare nel telefono credo che sia meglio non incrociarla in giro.



In compenso si sono consumeti uan serie di siparietti comici con il nostro siculo intermittente, di nuovo apparso dopo una breve assenza. Ci siamo incontrati tre volte in cucina e per tre volte mi ha chiesto informazioni su dove era riposta la roba. A me! A quelloc he svuota i mobili in cerca di una padella. La cosa più divertente è che le trovavo pure.



Francesca continua ad urlare nel telefono. Da quel poco che ho capito domani se ne torna a Napoli per restarci. Le hanno cambiato il lavoro, la pagano solo ottocento euro, non vale più la pena. Dall'altro capo del telefono percepisco più che sentire il povero Marco, credo il fidanzato, avvitarsi per cercare di non rispondere alla perentoria domanda: “allora stiamo insieme anche se io sto a Napoli?!”.



Noi uomini abbiamo uno strano, e spesso antipatico, senso di solidarietà. Nel torto o nella ragione un poveretto che subisce quel tono inquisitorio ci fa pena. Deve essere un retaggio darwiniano, la paura di finire al posto dela vittima del momento.



Pigiama è uscita fuori, inizia il balletto di pentole e tegami come nella casa i Mago Merlino. Francesca va avanti e indietro tra cucina e camera sua alternando telefonate a riepiloghi della situazione a chiunque sia in cucina. Che siano interessati o no. E siamo tutti abbastanza saggi da interessarci.



Pigiama continua la sua guerra con i fornelli. Tutti e quattro occupati, sembra il laboratorio di un alchimista. Ogni tanto annuisce vigorosamente quando Francesca da enfasi ad una parola. Mani esperte svuotano padella in contenitori di plastica che successivamente finiscono nel frigo. È un ciclo perfetto è come vedere la crescita di un albero accellerata.

Vorrei dire che è lì che ho capito ma mentirei. Già tempo fa ho chiesto il perchè di tutto quel cucinare. A pensarci adesso è così semplice: ogni giorno si anticipa i pasti per il giorno dopo così che deve solo scaldarli nel micronde in seguito.



Ed io che sto ancora alle frittatine e al petto di pollo arrostito



dalla parete della mia stanza arrivano toni concilianti. Il poveraccio deve essere riuscito a trovare il testo giusto. Forse si dorme anche stanotte.



Epilogo



03:41 la vescica mi sveglia con fare prepotente. Apro la porta mentre bestemmio nella lingua degli assonnati. La luce della cucina mi trafigge gli occhi abituati alle tenebre. Solo in un secondo momento mi accorgo della figura seduta vicino al tavolo: Pigiama.

È curva su una ciotola di latte e cereali introno a lei la tavola è imbandita con una piccola tovaglia. Un piattino con 2 fette biscottate con la marmellata, due cucchiaini e una tazzina di caffè. Si gira e mi saluta sbrodolando qualche goccia di latte. Borbotto qualcosa, spero sia un saluto.

Mille domande mi saltano in testa.

La vescica mi strattone per un braccio urlando: “guarda che qui o in bagno per me è uguale!”



davanti a certi ultimatum l'uomo saggio sa cosa fare: segui il tuo cuore, o qualunque altro pezzo si senta di dire la sua