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lunedì 7 maggio 2012

con rispetto parlando


Una volta avevo un amico. No forse amico è un termine troppo specifico, diciamo che conoscevo un tizio o meglio ancora mi trovavo spesso nello stesso posto con lui e tanto bastava. Erano i tempi antichi in cui ancora andavo a scuola, Luca aveva aperto da poco il suo negozio di giochi di ruolo, diventato poi famoso in tutto il mondo come esempio di cosa non fare quando si ha un negozio.

Ogni mattina mentre affrontavo a piedi i ricchi cinque km che mi separavano da scuola ci passavo davanti e come tutti potranno immaginare mi ci fermavo pregando che non fosse il turno di Luca di aprire (il suo concetto di orario di apertura è sempre stato “un ora dopo di quando mi sveglio”). L' dentro però ho passato molte delle mie mattinate e ancor più dei miei pomeriggi.



Ma sto divagando. Quello di cui volevo parlare è un antica inimicizia che nacque un freddo giorno di tardo Settembre. Come al solito io era al tavolo di Warhammer, un gioco di miniature, come al solito mi stavo facendo massacrare dal ragazzino di turno. Un po' per mia abilità un po' per semplice sfiga ma quello che è importante sapere è che ero nervoso.

Altra cosa importante da sapere è che all'epoca non ero molto abile a tenere a freno la lingua, in più l'ambiente favoriva reciproche offese e pesanti sfottò tra noi abituè. Al tempo l' dentro c'era tutta la gioventù bruciata di Napoli lì dentro, tutti quei ragazzi troppo pigri anche per mettersi a fare i criminali.



C'erano Marco e Nikitas, due giovani geni che si sedevano ad un tavolo, sceglievano un argomento e poi dicevano stronzate a tema finchè non chiudeva il negozio. All'epoca Luca e i suoi soci valutarono se non fosse il caso di far pagare il biglietto per assistere a quel cabaret gratuito. C'era Andrea ragazzo malato di Magic e subdola mente criminale intenta a tirar bidoni a chiunque avesse una carta in mano. C'era Flavia, una ragazza che per quanto anonima e muta riscuteva incredibile successo di pubblico in quanto unica. C'era l'altro Luca, nato al tempo di Conan il barbaro e poi ritrovatosi costretto a vivere in quest'epoca.



Ma sto di nuovo divagando come un vecchio con l'Alzaimer. Oltre a tutta questa gente, e a torme di ragazzini urlanti, c'era lui. Non lo chiamerò per nome. Le sue gesta riverberano nei secoli come le stronzate più pure dette da anima vivente. Ancora oggi intorno ad una birra le sue storie improbabili tirano su il morale a noi derelitti. All'epoca sapevo poco di tutto ciò ma già detestavo la sua mania di metter bocca in cose che di cui non sapeva nulla dandosi arie da esperto.



Si, cose come Warhammer, proprio al mio tavolo e proprio mentre stavo malamente perdendo contro uno sconosciuto ultimo dei fessi di cui la storia ha oramai perso le tracce. Come ho già detto all'epoca ero uno stronzetto pieno di sarcasmo e così pronunciai L'Offesa:



“senti Peppe (nome di fantasia), è inutile che continui ad aprire la bocca per sembrare intelligente. Non funziona. E mo togliti dai coglioni”



e poi fu faida. O meglio per usare parole sue quando altri gli chiesero espressamente: “no, io non odio il ficca (si ero chiamato così). Basta solo che muoia lontano da me”. Adesso ad anni di distanza abbiamo bevuto troppo e ne abbiamo dette ancora di più e mentre torno a casa ripenso alla storia delle spade di kendo o a quella del concerto. E secondo me andrebbero raccontate.



Poi per fortuna mi addormento.

lunedì 16 aprile 2012

Acido per Batterie

dei greci non c'è da fidarsi. Lo sa la finaza internazionale, lo sanno gli anichi romani e quei poveri persiani che hanno provato ad invaderli. Ma si sa, io sono fesso. Così quando ho ricevuto l'invito da un amico per il suo compleanno non mi sono fatto troppe domande né ho preso le dovute precauzioni.



Che stupido.



Tradizionalmente al compleanno di questo mio amico i di lui genitori si dedicano con decisione all'antica arte culinaria greca per il sollazzo degli ospiti. Vorrei dare la colpa a questo ma non basta e non sarebbe giusto e poi è necessario andare con ordine.



Sono giorni che il mio fisico cerca di mandarmi segnali. Segnali del tipo: guada che tra un po' ti ammali, guarda che sei quasi malato, guarda come stai storto di stomaco ed altri segnali poco edificanti di questo genere.



È ovvio che li ho ignorati tutti, e per poco mi sentivo pure bene. Per poco. Come dicevo avrei voluto dare la colpa alle pite fatte in casa unte e bisunte, elle polpettine inchimmose ma buone alle patate al forno o alle copiose quantità di vino incurgitate ma la colpa è solo mia e si può riassumere con l'essere caduti nella stessa trappola che stavamo progettando.



Dovete sapere che il Greco è andato per un mese in cina a vagabondare, fare il turista e farsi perculare. Lui e il suo turpe socio sono poi con una strana bottiglia dalla forma esotica e colore brillante. Loro sostengono che il liquido all'interno è liquore cinese. Noi vittime sospettiamo che sia qualcosa di molto peggio, qualcosa che normalmente in cian si usa per diluire il gasolio o in complicate reazioni chimiche.



Fatto sta che, preda di dionisiaco entusisamo, ne ho buttato giù un bicchierino convinto che avesse un effetto simile alla grappa digestiva o simili. Il liquido incolore va giù andando ad incontrare le due pite, le polpette, le patate e un mare di vino. Non ne sento il sapore solo un violento bruciore in tutto lo stomaco mentre gli organi interni prendono fuoco.



Da lì collasso totale dei sistemi: ogni forma di appetito sparisce mentre mi impegno a tener dentro quello che già c'è e che sembra lievitare, poi perdita della capacità cognitive e della volontà di alzarsi dal divano. Infine una tosse rauca con annessi sforzi di vomito e respiro affannoso.



Per farla breve una piena sindrome post “pranzo di matrimonio” unita all'abisso alcolico.

Ho lottato, ho almeno ci ho provato. Ma ho fallito.



Grazie a dio che son tornato a casa.



Ma ancora quel saporaccio torna in bocca ad ogni rutto. E il mio fegato grida vendetta.

venerdì 13 aprile 2012

Ma tu fai o' ver?


Massimo si alzò dal divano andando verso la libreria, Laura lo fissò incuriosita e un po' indispettita per aver interrotto le chiacchiere tipiche dei primi appuntamenti. Le voleva far vedere una cosa, dal tono di voce ne sembrava particolarmente orgoglioso.

Nel frettempo lui prese un anonimo album fotografico, sul suo viso li ghigno di soddisfazione faceva scattare tutti i campanelli d'allarme di lei. Ma quando le passò l'album aperto passò tutto e lei potè fare solo una cosa:



Ridere.



qualche mese prima



Ci sono debiti che vanno pagati, come quando lo strozzino ti chiede di ridargli i soldi che ti ha anticipato per quella soffiata sicura. Stranamente questo tipo di creditori si fanno sempre vivi un attimo dopo l'abbattimento del cavallo “vincente”. Era questo che passava per la mente di Antonio mentre quel tizio coi rasta posizionava il cavalletto e il resto dell'attrezzatura nella stanza.

A giudicare dalla serietà dell'organizzazione la faccenda non sarebbe burata poco e la cosa lo terrorizzava ma non poteva farci nulla: in un certo senso aveva un dedito anche lui.



Non potendo raccontare tutta la faccenda senza violare svariate leggi e traumatizzare diversi cervelli sono costretto a chiedervi di credere sulla parola a quello che vi dico: in un certo senso Massimo ad Antonio gli aveva salvato la vita. No, non era era entrato armato di mitra in una stanza piena di mafiosi russi un attimo prima che sparassero ad Antonio né tanto meno si era lanciato contro la pallottola esploso dal cecchino. La verità, per quanto vaga, si poteva riassumere in un improvviso attacco di buonsenso contagioso che da Massimo era passato ad Antonio evitando il disastro.



A causa di ciò quando in seguito Massimo chiese ad Antonio il Favore lui non potè che accettare dopo aver inutilmente cercato ammorbidire il tremendo supplizio. Ora seduto su quel divano, allo stesso posto che tra qualche mese avrebbe ospitato Laura, Antonio si pentì di non essere riuscito a strappare più di “tranquillo non le metto su internet” dalla contrattazione.



Il flusso dei suoi pensieri venne interrotto dall'apparizione di Massimo. Potremmo dire che vederlo in jeans strappati a cannottiera mimetica avesse fatto gelare il sangue etero di Antonio ma invece l'apparizione di quell'energumeno in canotta con puttura mimetica spalmata su viso e bicipiti gli sembrò rassicurante rispetto alla pistola che stringeva in pugno.



Un attimo prima di lanciarsi in una fuga precipitosa riuscì a sentire Massimo che lo rassicurava: “tranquillo è finta, l'ho fregata dal set de 'la Squadra”. Antonio rimase immobile per il resto della preparazione. Non badò alle frasi che Massimo e il tizio coi rasta si scambiavano. Le sue preoccupazioni si rivelarono infondate quando quello che identificò come il fotografo iniziò a spiegargli come doveva posizionarsi.



Un intera serata di fatica. Ed ora Laura rideva come una dannata stringendo in maniera convulsa i bordi dell'album. Sulla fotografia Massimo era truccato come un marine in missione nella giungla con i muscoli straripanti dalla canotta troppo stretta. Era piazzato a gambe larghe con le braccia tese puntava una pistola verso un altro tizio disteso a terra che chiarmanete fingeva di proteggersi. Le foto continuavano: a volte solo con Massimo altre in pose da “figo” con l'altro tizio.



L'unica risposta che Laura seppe trovare fu continuare a ridere.

sabato 31 marzo 2012

ti ucciderò con un cacciavite


La vita di coppia è intervallata da momenti in cui ci si chiede perchè non i è tenuta la bocca chiusa. Di solito il rimpianto arriva sempre dopo, a danno fatto, ma al momento la mente di Alessandro era più che felice di crogiolarsi in quel pensiero mentre fissava il piccolo frigorifero al centro del soggiorno. Se non fosse stato un elettrodomestico sarebbe stato certo che l'elettrodomestico lo stesse deridendo.

Era una storia che andava avanti da un po'. Un po' troppo in verità: quattro mesi. O meglio ancora da quando Aurora, la sua ambile dolce e irrascibile metà aveva aperto per la prima volta il frigo nel minuscolo angolo cottura della loro nuova casa. La cuciana era un piccolo angolo largo un po' meno della scrivania nell'altra stanza in cui convivevano a stretto contatto lavello fornelli credenza e quello stramaledetto frigo. Aurora era persona pratica ed agile di mente e corpo ma perfezionista come un ragioniere giapponese e irrascibile come Attila l'unno con un occlusione intestinale. C'è da dire a suo merito che aveva tollerato molto di quella casa: la camera da leto sproporzinatamente grande, il soggiorno minuscolo, il bagno col soffitto obliquo che la costringefa a farsi la doccia piegata. Tollerava anche quella ridicola cucina di barbie ma il fatto che l'anta del frigo si aprisse verso i fornelli costringendola ogni volta ad uscire dall'angolo cottura la faceva diventare matta.



Fu uno di quei giorni che Alessandro fece l'errore. Quelle vanterie da uomo che non credi di dover mai mettere in pratica ma che puntualmente ci si ritorcono contro. Aurora era in equilibrio precario sulla soglia della cucina, piegata in una posa innaturale nel tentativo di predere qualcosa dal dannato elettrodomestico. Alessandro, ed io, scorrevamo i canali con aria interessata sul grosso quaranta pollici piazzato al di là della stanza, un metro scarso dal divano. Ai borbottii inaciditi della sua amata alessandro rispose prontamente, e sovrappensiero:

“amò se ti da così fastidio il frigo possiamo smontre lo sportello e mettere il perno sulla altro lato”

il viso di Aurora fece capolino da dietro una confezione di uova “vabbè adesso lascia perdere”

“guarda che non ci vuole niente, l'ho fatto pure a casa mia” rispose Alessandro

“si magari gli posso dare una mano veramente è una fesseria” aggiunsi senza sapere il danno che avevo fatto.

La cosa finì lì. Mangiammo bevemmo ed andammo a dormire, chi in camera chi sul divano per poi andare in giro il mattino seguente.

Si possono dire molte cose di Aurora ma di sicuro non è una persona che si fa spaventare dal lavoro fisico e per giunta ha un ottima memoria. Verso sera sia io che Alessandro tornammo verso la stessa ora solo per trovare il piccolo frigo nel mezzo del soggiorno, cacciaviti, martelli e quantaltro ben disposti sul tavolo e Aurora che studiava nella stanza accanto.

Subito Alessandro capì il sottile suggerimento datogli dalla amore della sua vita e subito si mise all'opera ben conoscendo le conseguenze di una manovra evasiva o di un temporeggiamento.



Fase uno: svuotare il frigo. Fatto non c'era niente già prima

fase due: smontare l'anta. Facile

nota: la prossima volta prima di smontare l'anta assicurarsi che le parti mobili siano state rimosse dalla stessa

fase tre: sganciare il perno. Panico.



Il coperchio non si toglie. nell'ordine i rivelano inutili: tirare, spingere, far leva con i cacciaviti, cacciare i cani, svitare tutto lo svitabile, imprecare, smontare la copertura esterna, imprecare di nuovo, premere tutto quello che sembra premibile, imprecare ancora e più forte, tirare di nuovo.



“allora avete fatto? Su che io ho fame” io ad Alessandro ci guardiamo straniti, il tempo sta per scadere.

“e se provassimo a smontare il coperchio? Vedi qui ci sono delle viti” dico con poca convinzione

“si può essere, è un ferro vecchio magari per arrivare al perno bisogna fare così”

“ e poi o così o stacchiamo il motore ci arrivamo da dietro”



ci rimettiamo al lavoro: via la copertura di alluminio, via l'isolante, via il primo scheletro di metallo del coperchio. Cazzo, non ci sono altre viti e che sono quei perni lì sotto?

È la resa. Non c'è più nulla da svitare e ogni altro tentativo potrebbe compromettere la struttura. Aurora fa la sua apparizione nel suo tutone da studio: “ma che state facendo?!”

“non si apre sopra” dice Alessandro sottintendendo qualcosa come “lascia fare a noi donna che ne capiamo”

“ e quindi avete ensato bene di scassarlo? Vi porto un trapano?” fine ironia

“ma vedi ci stanno solo stanno solo sti perni qui in basso iente viti, devono essere interne, non si può smontare” dico con diplomazia e falsa competenza.

Aurora si avvicina, osserva per un po' poi da una manata sul davanti del coperchio: Tlak!

Il pezzo si sgancia senza problemi, Aurora prende il perno dall'interno e lo sposta da destra a sinistra poi rimette su il coperchio un altra manata e tlak. Come nuovo.



Ci guarda con giusta aria di sufficienza: “rimettete a posto, io vado a finire il capitolo” si gira e va nell'altra stanza non degnadoci di una parola.

Mano male aggiungerei.

domenica 25 marzo 2012

Sotto questo inferno (parte 1)

sono ricordi troppo  "belli" per non condividerli. i nomi sono cambiati ma le situazioni sono le stesse

quando ti avevano assunto, la bonanima di sei mesi fa, eri tutti contento: finalmente soldi, finalmente un lavoro. Ora invece stai seduto vicino alla saracinesca fumando le sigarette una dietro l'altra. Tra pochi minuti si apre e la prossima occasione di fumare sai essere lontana quattro o cinque ore.

L Signora Anna, la madre della dirigente. Porta le chiavi e come al solito apri le serrande insieme agli altri che stanno arrivando. Assapori i minuti di pace perchè tra poco si incomincia: accendi le luci sistemi quelle due o tre cose storte nei banchi e cerchi di scacciare il sonno. Fino alle dieci puoi stare tranquillo di solito i clienti se la pigliano comoda ma i fornitori sono già in giro per la città da ore e a momenti iniziierà il valzer delle fatture.

Si inizia col pane: un grassone che fa tanto il simpatico ma che ogni mattina cerca di fregarti sulla pesata. Poi tocca al latte ed alla frutta in rapida successione. Quattro camion tutti con le loro fregature e i loro pacchi. Alla prima occasione molli tutto e torni a quello che dovrebbe essere il tuo lavoro: il banco salumi. Ilaria e Velentina come al solito stanno a chiacchierare infinitamente sempre delle stesse cose. Dici ad Ilaria che ci sono i suoi fornitori e poi finalmente metti su camice e grembiule. Il cappellino può aspettare un altra oretta.

Ilaria dalla porta ti garda contrariata ogni tanto ti chiama con voce allarmata. Sai benissimo che è un trucco, uscire signofica sobbarcarsi il suo lavoro e vederla intanto girare per il supermercato con l'aria di chi sta facendo una cosa importantissima senza far nulla. Da quando hai conosciuto ilaria quella canzone di Vecchioni ha finalmente trovato un senso. Ha sempre qualcosa, crede che il suo diploma di ragioneria la autorizzi a fare il capo. Tu hai le tue cose a cui badare.

Alle nove e mezza, dopo il primo microcosmo di appiccichi le dirigenza fa il suo trionfale ingresso in campo: Carmen e le sue due zie passano rispondendo ai saluti. Portano con se un espressione grave quelle di persone sull'orlo dle precipizio, non le vedrai per un altra oretta mentre fanno colazione giù all'ufficio. Hai già fatto le telefonate del caso. In teoria non potresti ma se aspetti loro l'unica vita che si complica è la tua.

I clienti iniziano ad arrivare insieme a Silvana, una dei capi, con un po' di caffè. Come al solito Valentina intrattine la clinentela mentre tu tagli e affetti. È l'incarico più faticoso ma lo preferisci. Dall'altro lato della sala Ilaria e Salvatore litigano. Salvatore è un ragazzo enorme: alto spalle grosse mani come vanghe, in teoria dovrebbe fare il macellaio in seconda in pratica ne servirebbero altri due per fare tutto quello che gli chiedono.

La cosa che odi di più è stare dietro a quel banco ad assecondare la gente: dopo Striscia la notizia, le Iene e tutto il resto non si fidano di nulla. E fanno bene. La politica del negozio è vendere al cliente quello che crede di volere: roba di marca. Magari fusse così.

Dopo una decina di minuti arriva anche il fornitore dei latticini, passi dieci minuti a tirare su quante mozzarelle fresche ti da oggi nel frattempo Valentina dedica la sua attenzione all'altro fornitore: un tizio che allunga il peso delle provole con l'acqua. Quando finalmente quei due sono andati via inizia la vera giornata. Alla prima occasione ti defili su un lato del banco a preparare i sottovuoto. Dovresti cambiare le date di quelli nel banco ma non ti va di fregare la gente e Valentina si sente troppo il capo per farlo. L'incarico si sposta al pomeriggio. I clienti iniziano ad arrivare, sono quasi le dieci, tutti hanno la loro personalissima idea di qualità e risparmio: tu e Valentina dovete convincerli che siete perfettamente daccordo con loro.

Dopo un po' inizia la prima ondata è il panico: gente che si accalca da tutte le parti in cerca delle offerte, tu spegni il cervello andando col pilota automatico. Intanto Ilaria, con la solita faccia afflitta , viene a informarci che sono inarrivo due camion. Fai finta di niente ma sotto sotto gioisci. Anche se il tuo lavoro è stare qui dietro sicuramente ti chiederanno di uscire a dare una mano e tu potrai sottrarti alla seconda ondata di vecchie lamentose.

sabato 3 marzo 2012

Relativamente Reattivo


E' la vita che aiuta a sognare o sono i sogni che aiutano a vivere? Chiederebbe qualcuno pagato molto al di sopra della sua intelligenza. Io resterei impantanato dal fascino della domanda priva di ogni senso. Resterei lì immobile nella bonaccia delle infinite possibilità di risposta.

I sogni aiutano a vivere? Si, credo di si a meno che non lo fai ad occhi aperti mentre sei sulle strisce. In quel caso tendono a dare dell complicazioni. A volte la gente insegue un sogno ma, stranamente, più ci corre dietro più ingrassa. Mi viene in mente il parco di fronte casa su cui si sovrappone lo schermo del mio portatile.

C'è un fascino tutto speciele: il mondo fuori e tu perso nel tentativo di dar forma ai mondi nel tuo cervello. Ma la realtà a volte li batte sempre. Certe volte, nell'irrequietezza del sonno, quasi ci precipiti dentro mentre il tuo subconscio cerca di risolvere i dilemmi che non hai sbrigliato da sveglio: come pensano? Come parlano? Cosa fanno?

Quando l'ennesimo sonno delirante inizia sei come Alice nella tana del bianconiglio. Ma tu, persona pratica e disillusa, rimpiangi l'assenza di un M16. Hai sempre avuto paura del tuo subconscio e quando il teatrino notturno ricomincia rimpiangi di non aver continuato a fissare qualla riga del libro dove il tuo sguardo assonnato si incastra ogni volta.

Sogni demoni intenti in un rave party in casa tua, hai paura, sei schifato. Non perchè sono tra le mura della tua casa ancestrale intenti a bere, vomitare e sparare oscenità. Hai paura perchè nessuno di loro ti ha avvertito della festa.


Ti svegli sudato. Sono le due e mezza di notte. Scuoti un po' la testa come rappresaglia ll'inconscio e torni a dormire.


Questa volta stai picchiando a mani nude un orda di ninja in perizoma con le facce uguali a quelle del teatro giapponese. Il sangue schizza da tutte le parti, a litri, a fiumi. Scie di sangue lunghe come la Salerno-Reggio Calabria. Gli avversari non finiscono mai. Ne afferri uno per le caviglie ed inizi ad usarlo come un bastone per sfracellare crani e ossa.



Sei un altra volta sveglio. In una posizione che sfida la gravità a tirarti per terra. In quei primi secondi di totale rincoglionimento quasi ti senti in colpa. Ti giri e ti rigiri come la punta di un trapano mentre il tuo subconscio si accende come una radio su una playlist di vecchie canzoni. Sarebbe anche piacevole se non si bloccasse ogni tanto per chiederti come continua la canzone. Sono le quattro e pochi minuti. Pochi come il resto della spesa che hai fatto.

Quasi bestemmi ad alta voce. Domani devi svegliarti presto, è una mattinanata importante.

Queste cose non succedono mai quando puoi dormire fino alle sette di sera. Un angelo grato per non avergli fatto esplodere le orecchie ti suggerisce la posizione giusta. Funziona, senti la coscienza che lentamente cola via come nebbia umida. Umide gocce di rugiada iniziano a condensarsi sul tuo cervello. Lentamente cadono tra i neuroni come sudore dalla fronte di uno sportivo. In pochi attimi è pioggia e tu sai che devi alzarti a far pipì.

Sono le cinque e un quarto, la sveglia è alle otto. Hai quasi tre ore davanti. Forse ce la fai.

Per la terza volta precipiti ma stavolta non hai davvero idea di cosa succede immaggini sparse, non sempre piacevoli, che si accalcano sicure di essere dimenticate al risveglio.

Quando suona la sveglia capisci cosa provò Lazzaro quando Gesù decise di usarlo come testimonial del regno dei cieli. La tua ansia e il tuo senso della puntualità armati di manganelli si adoperano per scacciare strati e strati di paranoia lasciati dal sonno. Non capisci niente per dieci minuti buoni mentre valuti se sia il caso di rimettersi a dormire e chi se è visto se è visto.

L'intestino ti viene in soccorso pretendendo attenzioni e risoluzioni riguardo al sovraffollamento.


Scatti in piedi, barcolli, ma a costo di addormentarsi in metropolitana andrai dove devi andare. Anche se poi non capirai nulla per tutta la mattina, anche le cose che suonano positive.

No, questi sogni non aiutano a vivere.

martedì 14 febbraio 2012

Veendetta Telefonica

TUUU...TUUU...TU-

-Pronto?
-Buongiorno, Telecom Italia, posso rubarle qualche minuto?
- prego anche due.
Dall'altra parte un silenzio stupito per qualche istante. Non è normale tanta cortesia.
-Noto che lei non è nel nostro elenco abbonati, posso chiederle come mai?
-Sto con un altro operatore. Costa di meno.
-Se non le dispiace, dopo averle illustrato la nostra offerta potrebbe cambiare idea.
silenzio. Carico di aspettative, forse è la volta buona che piazza un contratto. Dalla altra parte del telefono il suo interlocutore sembra valutare i pro e i contro della proposta.
-Si mi dica.
Gioia e gubilio! Di solito i ragazzi buttano giù alla T di telecom. È stata fortunata.
-Il nostro nuovo pacchetto family prevede un piano tariffario personalizzabile con rate variabili in base alle sue esigenze.
-Lei usa molto internet?
-Beh...si. Ci lavoro
-Ottimo! In questo caso potremmo porporle una tariffa specia..
-Scusi
-...le per un adsl veloce a fi..
-Scusi...
-...bra ottica... eh? Prego mi dica.
Quando iniziava a recitare tutto il rosario a volte si dimenticava anche di prendere fiato figuriamoci di ascoltare l'interlocutore.
-Posso farle una domanda?
Certamente.
-Lei in casa che caldaia ha?
-Come scusi?
-La caldaia. Di che marca è?
Il cervello cerca di eladorare la cosa. Magari assecondandolo...
-Termac...ma perchè me lo chiede?
-Se consuma molto di riscaldamento, acqua calda e cose così?
-Si, beh...qui a Milano si gela in questo periodo...
Era completamente nel pallone quello dall'altra parte la incalzò.
-E se le dicessi che potrebbe risparmiare molto meno...
-No guardi, non mi dica “datti fuoco” perchè non è il caso proprio! Io qui sto lavorando!
-Anche io. E poi non mi permetterei mai, volevo solo illustrarle le nostre offerte.
-Le vostre offerte?
-Certo! Riscaldamenti indipendenti Gea. Veniamo a casa sua le montiamo la caldaia e lei risparmia fino al 40% delle spese.
-Ma se non sa nemmeno quanto spendo io!
-Si ma la nostra offerta è incredibilmente vantaggiosa. Ci pensi: assistenza 24 ore su 24, garanzia di cinque anni con pagamenti rateizzati.
-Senti, smettila di scherzare.
-Ma sono serissimo. E poi non mi sembra le abbia dato il permesso di darmi del tu
-…
-ma fino ad un attimo fa stavamo parlando del suo contratto telefonico.
-E ora della sua caldaia.
-Ma ti ho chiamato io!
-Lo so, così risparmiamo sulle telefonate.
TLUNK!